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Red Dead Redemption 2 e l’illusione della longevità

Quando le ore diventano un argomento critico

Nel racconto mediatico di Red Dead Redemption 2, la longevità è stata spesso presentata come uno dei suoi principali punti di forza. Decine e decine di ore, una mappa enorme, una quantità impressionante di attività secondarie sono diventate argomenti ricorrenti, quasi obbligatori. Questo modo di raccontare il gioco rivela però un problema più ampio del giornalismo videoludico: la tendenza a trattare il tempo come un valore in sé, senza interrogarsi su come quel tempo venga vissuto, organizzato e significato. Le ore diventano un numero da esibire, non un’esperienza da comprendere.

La confusione tra durata e densità

Uno degli equivoci più comuni riguarda la confusione tra durata e densità. Un gioco lungo non è automaticamente un gioco ricco, così come un’esperienza più breve non è necessariamente povera. Red Dead Redemption 2 utilizza il tempo in modo molto specifico, dilatando le azioni, rallentando i ritmi, insistendo sulla ripetizione. Questo approccio può essere potente o respingente, ma non può essere ridotto a una semplice questione di “quanto dura”. La critica che si limita a celebrare la longevità evita di affrontare la domanda più scomoda: che cosa fa il gioco con il tempo del giocatore.

Il tempo come scelta narrativa

In Red Dead Redemption 2 il tempo è una scelta narrativa, non un effetto collaterale. Le animazioni lente, gli spostamenti prolungati, i momenti di attesa costruiscono un senso di peso e di inevitabilità che accompagna la storia di Arthur Morgan. Il gioco chiede al giocatore di abitare il tempo, non di consumarlo. Raccontare questa scelta come semplice “realismo” o come eccesso di durata significa non coglierne la funzione espressiva. Il tempo, qui, diventa un linguaggio che comunica stanchezza, fine di un’epoca, resistenza al cambiamento.

L’illusione del valore quantitativo

Il giornalismo videoludico ha spesso adottato una logica quantitativa: più contenuti equivalgono a più valore. Questa logica deriva da un approccio consumistico al medium, in cui il gioco viene valutato come investimento di tempo e denaro. Red Dead Redemption 2 viene così raccontato come “giustificato” perché lungo, come se la durata fosse una garanzia di qualità. Questo tipo di discorso non solo è riduttivo, ma sposta l’attenzione dal progetto artistico all’ottimizzazione del consumo, tradendo la natura dell’esperienza.

Quando la lentezza diventa bersaglio

Molte critiche negative a Red Dead Redemption 2 si sono concentrate sulla sua lentezza, trattata come un difetto oggettivo. Ma la lentezza, come la difficoltà o la complessità, non è un valore assoluto. È una scelta. Il problema non è se un gioco sia lento, ma perché lo sia e cosa produca questa lentezza nell’esperienza del giocatore. Il giornalismo che rifiuta questa domanda preferisce trasformare una scelta progettuale in un errore, perché manca degli strumenti per analizzarla in modo più profondo.

Il confronto improprio con altri modelli

Un altro limite del discorso sulla longevità emerge quando Red Dead Redemption 2 viene confrontato con giochi che perseguono obiettivi radicalmente diversi. Applicare parametri di fruizione rapida a un’opera che lavora sulla dilatazione temporale produce inevitabilmente giudizi distorti. La critica dovrebbe interrogarsi sulla coerenza interna del progetto, non sulla sua aderenza alle abitudini del giocatore medio. Quando questo passaggio viene saltato, il tempo diventa un fastidio invece che una chiave di lettura.

Il rischio di educare male il pubblico

Raccontare la longevità come valore assoluto ha anche un effetto collaterale: educa il pubblico a valutare i giochi in base alle ore, non all’esperienza. Questo approccio impoverisce il discorso culturale sul medium e crea aspettative sbagliate. Red Dead Redemption 2, in questo senso, è un caso emblematico perché mostra quanto sia facile scivolare in una narrazione quantitativa, anche di fronte a un’opera che utilizza il tempo in modo intenzionale e significativo.

Ripensare il tempo come criterio critico

Scrivere di Red Dead Redemption 2 in modo più consapevole significa ripensare il tempo come criterio critico. Non chiedersi quanto dura, ma come dura. Non quante cose offre, ma che tipo di esperienza costruisce. Questo cambio di prospettiva richiede un linguaggio critico più maturo, capace di parlare di ritmo, di attesa, di ripetizione e di fatica senza ridurli a difetti o pregi automatici.

Un banco di prova per la critica del presente

Red Dead Redemption 2 mette alla prova il giornalismo videoludico perché rifiuta una fruizione veloce e gratificante. Costringe la critica a scegliere se adattarsi al progetto o piegarlo a parametri esterni. È un banco di prova importante, perché mostra quanto sia urgente superare l’ossessione per la longevità e sviluppare strumenti più adeguati per raccontare il tempo nel videogioco.

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