L’intervista come gesto di ascolto
L’intervista è una delle forme più delicate del giornalismo videoludico, perché mette in scena un rapporto umano prima ancora che professionale. Non si tratta soltanto di raccogliere dichiarazioni o di ottenere “frasi buone”: l’intervista è un atto di ascolto, di mediazione e di responsabilità. Chi intervista diventa il tramite tra l’autore e il pubblico, il ponte tra chi crea e chi interpreta. Ed è proprio perché questo ruolo è così fondamentale che necessita di regole precise, non imposte dall’alto, ma interiorizzate come parte dell’etica personale del critico e del giornalista.
Una buona intervista non nasce dalla volontà di mettere in difficoltà l’interlocutore né dal desiderio di fargli dire ciò che non direbbe spontaneamente. Nasce dalla curiosità autentica, dall’interesse per il processo creativo, dalla necessità di aggiungere qualcosa al discorso culturale sul videogioco. L’intervistatore non è un inquisitore e non è un fan: è un interprete.
Preparazione, contesto, responsabilità
La deontologia inizia molto prima della prima domanda. Prepararsi significa conoscere la storia dell’autore, le sue opere, le sue dichiarazioni precedenti, il contesto in cui si muove. Non per “interrogarlo su tutto”, ma per evitare domande superficiali, condizioni imbarazzanti o – peggio ancora – giudizi impliciti formulati senza cognizione di causa. Un’intervista non preparata è un atto di mancanza di rispetto verso chi parla e verso chi ascolterà.
È altrettanto importante chiarire il contesto: un’intervista concessa durante un evento di lancio non ha la stessa profondità di un incontro dedicato; un’intervista collettiva non può avere l’intimità di un dialogo a due; un autore in promozione è inevitabilmente vincolato da limiti comunicativi diversi da quelli di un autore libero. Il giornalista deve saper leggere questi contesti, adattarsi, calibrare le domande senza forzare, ma senza rinunciare al proprio ruolo.
La responsabilità, però, non riguarda solo ciò che si chiede, ma anche ciò che si sceglie di non chiedere. Una domanda è etica quando aggiunge comprensione. Diventa scorretta quando ha l’unico scopo di generare imbarazzo, conflitto, virale indignazione.
Il rispetto come fondamento
L’etica dell’intervista si fonda su un principio semplice e imprescindibile: il rispetto. Un intervistato non è un bersaglio, non è un personaggio da demolire e non è un pretesto per ottenere traffico. È una persona che condivide un punto di vista, un’esperienza, una visione. Anche quando l’intervistatore è critico, anche quando esistono dubbi o divergenze, il rispetto dell’interlocutore è ciò che distingue il giornalismo dalla provocazione gratuita.
La storia recente del giornalismo videoludico è piena di esempi in cui il rispetto è stato tradito. Ci sono state interviste costruite come processi, altre formulate con domande retoriche e cariche di ostilità, altre ancora pensate per umiliare l’intervistato piuttosto che per comprenderlo. Non è questo il ruolo del giornalista. Un’inchiesta può essere dura; un’intervista no. L’intervista non è l’arena in cui regolare conti, ma lo spazio in cui aprire dialoghi.
La trasparenza e il dovere di non manipolare
La deontologia professionale impone anche trasparenza. Ciò che viene detto non deve essere manipolato, estrapolato, decontestualizzato, gonfiato o trasformato per ragioni editoriali. Le parole dell’intervistato non sono materiale da modellare arbitrariamente: sono un impegno reciproco. Chi concede un’intervista accetta di affidarsi al giornalista; chi intervista accetta di non tradire quello scambio.
Le peggiori derive del giornalismo videoludico nascono proprio da questo tradimento. Tagli arbitrari, titoli sensazionalistici, estratti usati per costruire narrazioni ostili, domande provocatorie amplificate fuori contesto. La deontologia professionale esige che tutto questo venga evitato. Il giornalista non deve modificare l’intento comunicativo dell’interlocutore: deve renderlo più chiaro.
L’obiettivo finale: arricchire il discorso
Se c’è una bussola che può guidare la deontologia dell’intervista, è questa: l’intervista deve arricchire il discorso. Non intrattenere a buon mercato, non alimentare polemiche, non fornire appigli per la rabbia social. Deve offrire al lettore un punto di vista più ampio, più articolato, più umano. Deve uscire dall’autore per entrare nel mondo del videogioco.
Le domande migliori sono quelle che permettono di capire il modo in cui un autore pensa, il modo in cui lavora, il rapporto che ha con i propri fallimenti, i propri successi, i propri dubbi. Un’intervista non è un contenuto costruito per “far notizia”, ma per creare conoscenza. Se non arricchisce, se non illumina, se non apre nuove prospettive, allora non è un’intervista: è un’occasione sprecata.
Una questione di maturità
La deontologia dell’intervista è, in fondo, un indice della maturità del giornalismo videoludico. Un settore cresce quando cresce il modo in cui parla con chi lo crea. Cresce quando lascia da parte l’aggressività sterile e abbraccia la curiosità. Cresce quando rifiuta il sensazionalismo e sceglie la profondità. Cresce quando, di fronte alla possibilità di ottenere un titolo scandalistico, preferisce la possibilità di costruire cultura.
Essere deontologici non significa essere morbidi, né evitare domande difficili. Significa formulare domande difficili con rispetto, ascoltare le risposte con attenzione e presentarle al pubblico con onestà. In un’intervista, la serietà del giornalista non si vede da quanto mette sotto pressione l’interlocutore, ma da quanto è capace di creare uno spazio di verità.
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